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Intervento di Piero Fassino
all'Assemblea Nazionale del PD |
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Il moralismo in un Paese solo |
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lunedì 14 luglio 2008 |
da Il Corriere della Sera, 13 luglio 2008 - Ernesto Galli della Loggia
È un demone antico quello che martedì scorso è rispuntato sul palco romano di piazza Navona. È il demone che spinge di continuo una parte di Italiani a credere non solo che il proprio Paese è governato (o può esserlo da un momento all'altro se vincono gli «altri») da una masnada di furfanti corrotti, ma che questi furfanti, in fondo, non sono altro che il vero specchio del Paese, o meglio della sua maggioranza. È il demone, appunto, del moralismo divisivo: cioè dell'idea che l'Italia non è un solo Paese, con propensioni, aspetti, caratteri buoni e cattivi, intrecciati inestricabilmente in tutte le sue parti e in certa misura dentro ognuno di noi. No, l'Italia sarebbe invece un Paese con due anime, due morali, addirittura due popoli di segno opposto. Da una parte gli Italiani cattivi (per natura reazionari, prevaricatori e imbroglioni) e dall'altra invece gli Italiani buoni (altrettanto naturalmente democratici, rispettosi della legge e attenti al bene pubblico). Da una parte insomma l'Italia maggioritaria moralmente grigia; e di fronte, a cercare di contrastarla, quella che ama definirsi «l'altra Italia», irrimediabilmente di minoranza.
La rappresentazione di questo modo di vedere le cose è andata in scena nel modo più evidente sul palco di Roma: dove è apparso chiaro, per l'appunto, che l'essenziale era urlare a squarciagola che Berlusconi incarna il massimo degli obbrobri possibili. Dimenticando però che, proprio se un simile figuro non ha dalla sua nessuna buona ragione, tanto più allora vi devono essere però delle buone ragioni se una maggioranza di Italiani lo ha votato. Ma il moralismo serve appunto a vanificare ogni questione politica di tal genere: la maggioranza degli Italiani ha votato Berlusconi? E che problema c'è? Vuol dire che sono fatti della sua stessa pasta, è la prova che sono dei furfanti come lui.
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Berlusconi va sconfitto politicamente, non giudiziariamente |
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mercoledì 02 luglio 2008 |
Salva-processi, lodo Schifani, decreto intercettazioni: un terreno di scontro sfavorevole al PD, titubante su tutto, idee e alleanze. Soprattutto lontano dall’opinione pubblica. La sola garanzia è il Presidente Napolitano. Pur d’accordo con Veltroni nel dire no alla partecipazione alla manifestazione dell’8 luglio di Di Pietro e vecchi incalliti giustizialisti, dissentiamo quando lo stesso Veltroni annuncia che “a ottobre ci sarà la più grande manifestazione della storia italiana”. Nel frattempo dov’è il PD? Inutile nasconderlo, appare incerto e confuso contro un governo arrogante ma che qualche fatto lo sta realizzando: ad esempio, l’accordo sulla Tav, la riforma Brunetta, la soluzione ai rifiuti campani, il pacchetto Tremonti e, sia pure discutibile, il ddl sulla sicurezza. Vorremo un PD con la necessaria forza di reagire al centro-destra anche sul tema della giustizia in Italia. Lì sta la debolezza politica. Si sta cadendo nel vecchio errore, mai rimosso da tangentopoli in poi; quello di negare il patologico rapporto tra politica, magistratura e media, in odio a Berlusconi. Anziché inseguire l’avversario, il PD dovrebbe rilanciare subito una autonoma proposta di riforma della giustizia, non meno importante delle riforme istituzionali. Perché non lo fa? Semplice. Perché, malgrado l’enfasi sul partito nuovo, sul grande partito riformista di massa, nel PD non c’è verso di espellere il veleno del giustizialismo, del tutto estraneo al riformismo europeo. Stiamo di nuovo cadendo nella trappola della giustizia politicizzata e del circuito mediatico che monta il caso. Non sono bastati 15 anni di tormentoni giudiziari e il risultato elettorale che alla fine dei conti ha riconsegnato l’Italia al Cavaliere di Arcore. Puro autolesionismo insistere nell’errore. L’accettazione della immunità per le alte cariche dello Stato lungo il mandato, provvedimento predisposto a suo tempo dal centro-sinistra, è ragionevole. La legittimità democratica data dal voto non può mai prevaricare il principio di legalità, ma ciò non toglie che salvaguardare gli eletti dal popolo da “alterazioni giudiziarie” è diventata una necessità democratica. La vicenda di Mastella e la caduta del governo Prodi ci dovrebbero insegnare qualcosa. Così non è.
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Il confine infinito della gabbia veltroniana |
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mercoledì 02 luglio 2008 |
di Stefano Faraoni
Per definizione un partito rappresenta una parte, e per definizione una parte ha dei limiti, dei confini. I cosiddetti organismi super partes, come ad esempio la Magistratura, la Corte Costituzionale o il Capo dello Stato, non svolgono un ruolo politico; se lo facessero verrebbero meno al loro ruolo ed anche al loro rango. Un partito politico invece è per antonomasia in parte, si ritaglia uno spazio e possiede una propria naturale identificabilità. La dilatazione oltre misura dei termini, dei confini, con l’ambizione di poter tutto o quasi tutto ricomprendere, porta ad una ridefinizione del ruolo e della figura di un partito, anche e soprattutto di quelli con vocazione maggioritaria.
Paradossalmente quest’aspetto è stato colto meglio a centrodestra dove, con tutte le contraddizioni e i limiti del caso, tuttavia il Polo delle Libertà non viene definito,( e non è) un partito, bensì un’aggregazione di più forze politiche inizialmente assemblate con soli fini elettorali e con qualche ambizione di coesione politica in più. Ma, comunque, un gradino sotto “il partito”. Cosa che non è il partito Democratico, il quale, a detta del suo leader, seppur con tutte le pretese di rinnovamento e di smarcamento da visioni veteropolitiche, tuttavia si configura, sia nominalmente che sotto il profilo dei contenuti, come partito a tutto tondo.
Ora a noi sembra, per l’appunto, che le velleità di inclusione (quelle cosiddette del “ma anche”) se da una parte vanno correttamente valutate per lo sforzo di unificare elementi a prima vista difficilmente conciliabili (tradizione postcomunista e postdemocristiana con altri innesti di varia natura) dall’altra, sotto il profilo più strettamente ideologico, stiracchiano interpretazioni opinabili fino alla soglia dell’avventatezza , come quelle della religione, della ragione e dell’incontro fra questi due modi di interpretare la vita, e non solo la politica.
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martedì 27 maggio 2008 |
Sintesi della Lettera del Club Prima Riformisti, approvata nella riunione del 27 maggio scorso, e inviata ai dirigenti nazionali e laziali del Partito democratico.
C’è un diffuso sentimento di malessere e un preoccupante disorientamento tra gli elettori del PD, le associazioni per il partito democratico, i soci fondatori dei Circoli. Una realtà che non può essere sottovalutata dai gruppi dirigenti, nazionale e locali, oggettivamente sotto esame. E’ il malessere di chi non vede una adeguata riflessione sul negativo risultato elettorale, quasi che non si sia trattato di una pesante sconfitta. Nessuno sottovaluta il buon risultato del 34 per cento ottenuto nazionalmente o del 41 per cento a Roma, ma non vale a consolarci se pensiamo che in Parlamento il Pdl ha un’ampia maggioranza e che a Roma ha vinto Alemanno. E’ il disorientamento di chi soffre il dialogo con Berlusconi che, se pur istituzionalmente corretto, fa temere vantaggi politici soltanto al centrodestra con il rischio di sbiadire nell’opinione pubblica il ruolo di opposizione del PD. Berlusconi buono e destra cattiva? I conti non tornano.
Ce n’è a sufficienza per dire che va promossa subito una campagna di discussione e orientamento sulla linea politico-parlamentare del Partito, sulla sua identità riformista, sulla sua grande ambizione di partito a vocazione maggioritaria, ridando senso e ruolo ai 2800 membri eletti all’Assemblea Costituente, di cui non si ha più notizia, alle Assemblee regionali e provinciali, impegnando sul territorio anche i “nominati” in Parlamento, mobilitando migliaia di circoli territoriali come veri luoghi di dibattito, ascoltando la voce delle associazioni come il nostro Club, apprezzate a parole ma ignorate nei fatti.
Chiediamo conferenze programmatiche regionali e un dibattito partecipato sugli Statuti regionali.
Ciò che veniva annunciato prima delle elezioni, è ormai improcrastinabile: fare il Partito democratico. Riformista perché aperto a tutti quei cittadini che vengono da altre esperienze politiche o da nessuna esperienza politica, superando l’attuale pigra giustapposizione di ex-Margherita e ex-Ds, con vecchi iscritti e quadri purtroppo attardati in una sterile competizione di potere sul territorio. Che superi l’attuale organizzazione verticistica accompagnata da una idea plebiscitaria, quella delle primarie, usata ad intermittenza, che non giova a dare linfa democratica al partito nuovo.
Centrale diventa la questione liberale e socialista dentro il PD, sciogliendo il nodo irrisolto della collocazione del PD in Europa nel vasto campo riformista rappresentato dal PSE.
Club Prima Riformisti
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giovedì 22 maggio 2008 |
editoriale di Annamaria Mammoliti dall'ultimo numero di Minerva Time
Sveglia compagni, amici, insomma voi del PD, ma anche noi che abbiamo investito su di voi. E’ arrivata l’ora di ascoltare la voce del popolo di sinistra, quello che crede in una sinistra riformista, democratica, liberale come piace a noi di Minerva, e che in Europa ha un nome: socialismo. Ma va ascoltata e tesa una mano anche all’altra, quella degli elettori che hanno girato le spalle a Boselli e alla Sinistra arcobaleno, spazzandoli via dal voto, senza più rappresentanza parlamentare. Colpa loro, certo. Ma che tristezza vedere che in Parlamento sono cancellate le parole “socialista” e “sinistra”, dal 1948 ad oggi sempre presenti. Cerchiamo di evitare che l’idea di sinistra sparisca anche nel Paese, nella società, nei posti di lavoro e nelle scuole, e nella cultura politica del PD, che avrà pure il 33 per cento di consensi ma, al momento, non si sa ancora che razza di partito sia. Dove sono finiti i 2800 membri dell’Assemblea Costituente? Dove sono i luoghi di dibattito e aggregazione sul territorio? Qual è l’identità politica di sinistra del PD, che non sia la sommatoria degli ex della Margherita e dei Ds? Ci sarà qualcuno che si pone il problema. O no?
Veltroni e l’intero gruppo dirigente del PD devono rendersi conto che il tempo per conservare i consensi ottenuti e per recuperare quelli persi gioca contro. Devono rendersi conto che i voti ottenuti sono venuti dalla speranza di contrastare il successo di Berlusconi più che per chiarezza su cos’è il PD. In altre parole hanno detto: votiamo ‘sto PD che forse ce la fa. Ci sono poi i voti persi, degli irrimediabilmente delusi dalla sinistra tutta: gli operai che votano Lega, i giovani che si orientano a destra, i pensionati della Cgil che scelgono Berlusconi, i lavoratori indipendenti che identificano la sinistra con un’idea vecchia, burocratica, impotente e presuntuosa.
Sveglia compagne e amiche del PD. Dopo la batosta elettorale, sbrigatevi a ritornare tra la vostra gente e sentirete che la speranza si sta tramutando in sbandamento. La domanda è: in cosa siamo diversi dalla destra? Senza tanti sofismi intellettuali, se si parla di una destra che vince, c’è una sinistra che perde, visto che l’obiettivo di conquistare l’elettorato di centro è fallito. E allora, Dio santo, parliamo di cosa è e deve essere una sinistra moderna di governo. Di questo dobbiamo discutere, partendo dall’opposizione. |
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'Dalla osservazione della irriducibilità delle credenze ultime ho tratto la più grande lezione della mia vita. Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse supeflua: detesto i fanatici con tutta l'anima'
Norberto Bobbio
Inaugurazione Club
Giovedì 22 febbraio 2007, presso la Residenza di Ripetta a Roma, si è svolta la presentazione del Manifesto del Club Prima Riformisti.
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Il Personaggio
E' sostenitore di una riforma dei contratti di lavoro che, in riferimento a tutti i nuovi contratti di lavoro (salvi quelli stagionali o puramente occasionali), abolisca le forme di lavoro precario e i contratti a progetto, prevedendo l'assunzione subito a tempo indeterminato come forma normale di assunzione, principale e più diffusa nei rapporti di lavoro, ma con un periodo di prova di sei mesi, poi un regime di protezione crescente con la durata del rapporto di lavoro.
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